Counselling e disabilità
La figura del counsellor può intervenire anche nel caso della disabilità.
Per disabilità si intende impossibilità a fare qualcosa che normalmente fa parte della quotidianità di ogni individuo. La disabilità può essere acquisita nel corso della vita (per esempio in seguito a un incidente), neuropsichica, sensoriale o genetica.
La funzione primaria dell'intervento del counsellor è quella di proporre un percorso di accettazione rispetto a tematiche gravi come la disabilità. Aiuterà il cliente o i clienti del sistema a rielaborare tutte le fasi del lutto — inteso come perdita e destabilizzazione di equilibri familiari — attraverso l'esame delle emozioni e di tutto quello che ha procurato ansia, sofferenza o patologia.
Le emozioni più comuni
Le emozioni più comuni che si presentano nel contesto della disabilità sono: la rabbia, la vergogna, il senso di impotenza, la non accettazione, la colpa verso Dio, il senso di colpa personale.
Il counsellor aiuterà queste persone, attraverso l'ascolto, a prendere coscienza e ad approfondire il senso di tali emozioni negative, cercando di normalizzarle e mostrandone la funzione e l'utilità.
Il processo di accettazione
Dopo aver analizzato tutte le emozioni, i comportamenti, i sentimenti, le difficoltà e le sofferenze — ascoltato, ridimensionato — per aiutare il cliente o tutto il sistema di riferimento, bisogna attivare il Processo di Accettazione.
Tale processo è un percorso lungo e difficile. Uno dei rinforzi positivi sui quali si può lavorare è l'individuazione di scopi ancora raggiungibili, l'individuazione degli aspetti positivi che ci sono ancora dentro la situazione, e la consapevolezza che disabilità non significa necessariamente disperazione.
L'approccio del counsellor
Alla base dell'intervento è essenziale individuare a che punto è lo stadio di elaborazione raggiunto dalla persona:
Saper ascoltare con estrema delicatezza ed empatia. Non essere maestri del problem solving, ma accompagnatori di un dolore che ha sconvolto la quotidianità e le certezze. Trasmettere aiuto e insieme trovare quel positivo che si può ancora trovare.
Il dolore dell'altro non lo si può mai misurare perché solo la persona che lo vive sa quanto le pesa. Il nostro giudizio o pre-giudizio ridurrebbe il dolore al nostro punto di vista.